Un'Italia più bella che pratica esce con un giusto 1-1 dall'amichevole di Dortmund contro la Germania. Azzurri a tratti divertenti, un po' maltrattati dall'arbitro, ma soprattutto azzurri con oriundi, ex compagni di squadra (le collaudate coppie Cassano-Pazzini e Bonucci-Ranocchia) e senza ali di ruolo. Molte novità, quindi, per Prandelli, e una certezza: per salvarci dalla prima sconfitta contro i tedeschi, da 16 anni a questa parte, è servito l'americano di Spagna, Giuseppe Rossi.
Non gli sbandierati Pazzini, Borriello, Cassano o Matri (che non ha giocato neppure un minuto), ma la punta del Villareal. Quello che viene sempre dopo: prima di lui Balotelli, Fantantonio, il Pazzo, il romanista e lo juventino. In Nazionale come in sede di mercato: le nostre squadre ci fanno un pensierino a ogni sessione, ma poi si tirano indietro. E non solo perché comincia a costare, Pepito, no; sembra quasi essere superfluo. Lo stesso pensiero lo ebbe il Manchester United di Alex Ferguson, ma all'epoca Rossi pareva essere uno dei tanti italiani con questo cognome. Più passano gli anni, invece, e più assomiglia al Rossi nazionale (Paolo), uno che ai tedeschi ha fatto male nel 1982. E il sottomarino giallo se lo tiene stretto: nel campionato dei Ronaldo e dei Messi, lui timbra (quasi) sempre il cartellino. Forse paga proprio il fatto di giocare in quella che non viene definita propriamente una grande, pur navigando da anni nell'elite del calcio europeo. Altro che sottomarino. Per fortuna che Prandelli in questo caso non si comporta nel solito modo nazionalpopolare, ma si ricorda di lui. Un po' come il suo predecessore Lippi che, però, al momento di operare le decisioni definitive su chi portare in Sudafrica, chi escluse? Lui, naturalmente. Pepito. Nel 2014, in Brasile, ma ancora prima agli Europei del 2012 quella maglia azzurra deve essere sua. E non solo per entrare a 20 minuti dalla fine e sistemare le cose. No, per essere protagonista. Come merita. Anche e soprattutto in un'Italia dalle coppie che scoppiano e dai volti conosciutissimi, sì, ma non soltanto (o soprattutto) per quello che fanno in campo.
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